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"La levatrice". Il racconto ispirato alla vita di Elena Romeo

"La levatrice". Il racconto ispirato alla vita di Elena Romeo
di Bruno Rosario Davide Spanò - A Bovalino, quando il tramonto apriva il sipario alla notte che tutto avvolgeva con il suo oscuro manto e il mare rallentava il respiro fino a quasi trattenerlo, scendeva un profondo silenzio che donava all’atmosfera un alone di contemplativo mistero. Nelle strade, che si svuotavano lentamente, arrivava il suo intenso profumo salmastro che si mischiava a quello del pesce e della legna umida, creando una miscela familiare agli abitanti di quelle case basse, addossate tra di loro, nelle quali si respirava l’odore degli stenti e dei tormenti.
Gli uomini tornavano dai campi con la schiena piegata dalla fatica e con poca voglia di parlare, mentre le donne contavano i giorni con le dita, tra faccende domestiche, cura dei figli e attese che sembravano infinite.  
E mentre il buio copriva ogni angolo come una leggera coperta e il paese sembrava rallentare il suo battito, c’era sempre qualcuno che aveva bisogno di lei. Tra case silenziose e lampioni tremolanti si udiva il rumore dei passi di chi corre con il cuore in gola. Ogni passo sembrava accelerare il tempo echeggiando tra muri scrostati e persiane socchiuse. La corsa si arrestava davanti la porta di casa di Elena Romeo e la voce diventava urlo di paura e speranza spezzava il sonno dei paesani: “è tempo”! Bastavano queste due parole e lei capiva. Non chiedeva chi fosse. Si vestiva in fretta, si annodava stretto lo scialle scuro sotto il mento, prendeva la sua borsa consumata che sapeva di sapone, di panni puliti e di qualcosa di più antico, quasi un odore di vita che si rinnova, e si incamminava con l’urgenza di chi sapeva che doveva esserci perché qualcuno stava lottando per nascere.
Le strade di terra battuta e pietra con la pioggia invernale diventavano fango che si attaccava alle scarpe e alla gonna come un pensiero cattivo. Ma il suo passo fermo e deciso non si fermava mai, anche quando il vento freddo dell’Aspromonte le tagliava il volto. Si diceva che non avesse paura, ma non era così, aveva solo imparato a non fermarsi. Entrava in quelle case dove le donne l’aspettavano come si aspetta una cosa necessaria, non un miracolo, perché Elena non li prometteva: lei era presenza. 
Trovava sempre davanti la stessa scena: le stanze piccole, il letto spesso troppo duro, l’acqua scaldata in fretta e gli uomini seduti fuori, con le mani intrecciate e lo sguardo basso. Dentro il tempo cambiava, non era più quello dei campi e del mare ma era lento, fatto di attesa e resistenza. “Respira…non sei sola”, poche parole pronunciate dolcemente in cui c’era tutto, mentre Elena continuava a compiere gesti semplici e decisi. Aspettava il momento giusto, perché in quelle situazioni non c’era spazio né per la fretta né per la paura ma solo per quello che andava fatto. Le donne si fidavano di lei perché sapevano che sarebbe rimasta con loro e che avrebbe fatto di
tutto per garantire dignità e sicurezza durante il parto. Per tutta la comunità era simbolo di dedizione, forza, sostegno e coraggio. 
Le volte in cui il bambino nasceva subito, quasi senza fatica, si alternavano con quelle in cui la notte sembrava non finire mai. Ma Elena non si muoveva: quando prendeva il bambino tra le mani lo faceva con la delicatezza di chi accoglie una creatura che ancora non apparteneva del tutto a questo mondo, per poi affidarlo dolcemente alle braccia materne.
Quando il vagito rompeva il silenzio, tutti sospiravano e piangevano di gioia. Ma alcune volte, una cappa gelida calava in quelle stanze, rotta da urla e lacrime di disperazione. 
Erano anni duri, fatti di povertà ed emigrazione. Chi restava si arrangiava. Le donne partorivano in casa perché non c’era altro modo ed Elena sapeva che ogni nascita era una lotta silenziosa, che non sempre si vinceva.
Quando andava male lei si tratteneva per sistemare le cose, come se quella stanza fosse stata travolta da una mareggiata. Poi usciva senza voltarsi. 
Il giorno dopo chi la incontrava le rivolgeva un cenno o uno sguardo di saluto. Poche parole: “È andata com’è andata”. 
Lei annuiva non cercando riconoscimenti. Non teneva conto di quanti ne avesse fatti nascere. Diceva che non era lavoro da contare… era lavoro da fare.
Negli anni la sua era diventata una presenza rassicurante. 
Tra paesani si diceva: “Quandu c’è idda, si campa megghiu”. Era una speranza.
Anche quando il progresso cominciò a cambiare il volto del paese e il nuovo ospedale di Locri iniziò ad accogliere le puerpere, lei continuò fin quando poté a fare quello che aveva sempre fatto, anche se il suo passo si fece più lento. Poi, senza dire niente a nessuno, smise. 
Ma rimase il ricordo di quello che aveva fatto, quello semplice che riemerge tra le piccole cose quotidiane, nelle storie raccontate ai figli che aveva aiutato a nascere, nelle confidenze scambiate tra quelle donne che, anche con il suo aiuto, avevano acquisito quella forza che solo le mamme possono avere. 
E ancora oggi, durante quelle notti in cui il vento sferza le strade vuote del paese e il mare ulula alla luna, c’è chi dice di sentire ancora i suoi passi, perché chi ha camminato tanto per gli altri non se n’è mai andato davvero. Molti giurano che da qualche parte lungo le strade sterrate il suo passo leggere continua a danzare nell’aria. Non fa rumore ma arriva.
 
 
A Te, Elena,
che tra gemiti e sospiri
hai accolto il primo respiro di vita
tra le tue sapienti mani.
Custode di sogni e speranze,
il tuo nome resta eco lieve di eterna memoria.
Te ne sei andata senza rumore,
come la luce al tramonto,
ma i tuoi passi risuonano tra le vie
tra lo stormire del vento
e il mugghiare del mare.
 

In Aspromonte © 2017. Tutti i diritti sono riservati. Aut. Tribunale di Locri n.2/2013 | Direttore: Antonella Italiano