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La Montagna vuole essere parlata

di FILIPPO MUSITANO - Succede anche a chi abita la marina di rivolgere lo sguardo verso la Montagna alla ricerca delle sfumature che il sole concede al tramonto. In realtà non so quanti colori si possano vedere, ma la sensazione è come se le rocce volessero trattenere a forza quell’ultimo raggio e che questo scappando restituisca luci e tinte senza un odine preciso, dall’arancio al rosa scuro del rame, dal porpora all’oro, dal celeste all’argento.

Sembra così facile, ma l’Aspromonte non si lascia attraversare con leggerezza, non concede subito la sua bellezza né si offre agli occhi frettolosi e vitrei di chi cerca soltanto un panorama instagrammabile da fotografare e poi dimenticare perché bisogna entrarci piano, lasciarsi accompagnare dalle strade che si arrampicano tra i valloni, dalle fiumare che tagliano la terra come antiche cicatrici, dai paesi raccolti sulle alture, aggrappati alla montagna con quella tenacia silenziosa che appartiene a chi, da generazioni, ha imparato a vivere in dialogo con una natura potente, spesso dura, ma, di certo, mai indifferente.

Perché lassù la pietra non è soltanto pietra ma è memoria, confine, riparo, fatica.

Nella Vallata delle Grandi Pietre, davanti a quei giganteschi monoliti modellati dal vento, dalla pioggia e dal tempo, si ha la sensazione che il paesaggio custodisca una voce propria, antica e ostinata, capace di raccontare senza parole le partenze, i ritorni, il lavoro delle mani, le attese affacciate su una strada, le stagioni che si sono rincorse uguali eppure sempre diverse. Camminare tra queste pietre significa intuire quanto il carattere di una comunità possa nascere anche da ciò che la circonda, dalla necessità di adattarsi, dalla pazienza richiesta dai sentieri, dalla tenacia imposta dalle distanze e dalla durezza del terreno. Sono luoghi che non addolciscono il carattere, ma lo forgiano, chiedono pazienza, misura, resistenza e insegnano che ogni cosa importante richiede tempo e che ciò che dura davvero, quasi sempre, nasce da una prova attraversata fino in fondo.  

Forse è proprio per questo che chi viene da queste terre conserva dentro di sé una specie di fierezza discreta, difficile da spiegare a chi non ha conosciuto l’odore della terra bagnata dopo un temporale, il silenzio improvviso di una contrada al tramonto, il profilo delle montagne che cambia colore e diventa blu come accade allo Scapparrone vedendolo da Sant’Agata del Bianco. L’Aspromonte, con la sua severità e la sua generosità, entra nelle persone, rende lo sguardo più attento, le parole più essenziali, l’affetto meno esibito ma forse più profondo.

Ecco perché raccontare questi luoghi è necessario. Non per trasformarli in una cartolina o per adornarli di retorica, ma per sottrarli al silenzio che troppo spesso li circonda. Un territorio che non viene raccontato corre il rischio di diventare invisibile, nonostante la forza dei suoi paesaggi e la ricchezza delle sue storie.

Non esistono davvero luoghi marginali, esistono luoghi che sono stati lasciati ai margini del racconto, privati della possibilità di mostrarsi per ciò che sono.

Raccontare l’Aspromonte significa allora restituire voce alla Vallata delle Grandi Pietre, ai sentieri, alle case di pietra, ai piccoli paesi che resistono allo spopolamento e alla distanza. Significa parlare di chi resta, di chi lavora la terra, di chi custodisce un gesto antico, di chi apre una porta a chi torna raccontando da un lato l’acre odore del siero caldo a contatto con il giunco della fuscella, ma anche le competenze moderne che le nuove generazioni stanno portando nei mestieri antichi.

Significa anche lasciare spazio alle contraddizioni, perché amare un luogo non vuol dire fingere che sia perfetto, ma guardarlo interamente, riconoscerne le ferite e continuare a immaginarne il futuro, partendo da un presente che ha acquisito gli anticorpi per stare al mondo e autodifendersi dalle malefatte dei “perduti”.

Forse questa è la forma più autentica di appartenenza: non limitarsi a dire da dove si viene, ma scegliere di portare quel luogo dentro le parole, di consegnarlo agli altri senza tradirne l’anima, perché ogni storia raccontata con cura può diventare una strada e da quella strada, prima o poi, qualcuno potrebbe decidere di tornare.

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